Posto fisso? No grazie! - Testaccio@Work

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Posto fisso? No grazie. Non tutti hanno il mito di voler lavorare sempre, per tutta la vita nello stesso ambiente di lavoro. Il sogno della generazione precedente, tanto ambito perché sinonimo di sicurezza e di possibilità di programmare la propria vita, che oggigiorno è sempre meno fattibile, vista l’instabilità del mercato del lavoro e i cambiamenti repentini dello scenario economico, non è quello a cui tutti aspirano.

Come mai in molti non credono nel mito del posto fisso?

Specie tra i giovani, sono sempre di più coloro pronti ad inventarsi un lavoro, creando ex novo start-up, in alcuni casi anche di discreto successo. Partiamo con ordine, analizzando le motivazioni. In molti tra gli 1,4 milioni di ragazzi e di ragazze di età compresa fra i 16 e i 22 anni, sognano di avere un lavoro ricco di responsabilità e di valori che li faccia appassionare ai loro interessi. Eppure, nel Belpaese il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più alti al mondo? Beh, c’è da dire che vista la criticità della situazione, non tutti i giovani demordono. Alcuni il lavoro se lo creano: c’è chi diventa imprenditore sin da giovane, perché è voglioso di nuovi stimoli e di aumentare le proprie skills a livello professionale. Optare per una start-up per molti non è affatto azzardato, perché il nuovo business apre le porte verso una maggiore libertà.

In una start-up le complicazioni non mancano mai, poco ma sicuro

I nuovi talenti imprenditoriali sanno che la gestione di un’azienda, anche piccola, è sempre complessa per tutta una serie di problematiche tipiche dell’Italia. La burocrazia è il primo mostro a tre teste da affrontare, visto che le tempistiche, specie per le licenze dei locali, sono molto ma molto più lunghe rispetto al resto d’Europa. Anche chiedere un prestito, magari necessario per finanziare un’idea brillante, è una cosa più complessa che altrove. E su questo punto di vista, anche gli istituti bancari nazionali dovrebbero fare mea culpa, perché poco vogliosi di rischiare. Essere in grado quindi di districarsi nel mare magnum della burocrazia, per i giovani imprenditori italiani è ardua impresa. Lo stesso dicasi in riferimento alla possibilità di venire presi in considerazione dai vari stakeholders, fornitori, distributori, banche, amministrazione locale, provinciale e regionale. Eppure alcuni dei giovani nostrani continuano imperterriti a lavorare sodo.

Altre barriere che spingerebbero molti a riconsiderare l’ipotesi del posto fisso

Gli stereotipi sono un ulteriore problema da affrontare per tutti coloro che, in giovane età, si lanciano a capofitto su un’idea di business. Frasi come  “e’ giovane e deve farsi le ossa”  non sempre sono veritiere, specie quando c’è voglia di mettersi in gioco, barattando il certo del posto fisso con l’incerto della start-up. Il problema è che a lungo andare questi ostacoli possono divenire vere e proprie barriere che vanno a limitare il talento dei giovani imprenditori nostrani che, stanchi e delusi, decidono di scegliere altri Paesi all’estero come strada più semplice da percorrere, visto che gli stakeholder altrove sono interlocutori più recettivi in fase di ascolto e che gli istituti finanziari, una volta usciti dai confini nazionali, si dimostrano più generosi nell’elargire prestiti e nell’erogare finanziamenti, necessari per il conseguimento di un obiettivo aziendale.

Una critica al sistema lavorativo del Belpaese

Le nuove leve, appartenenti alla cosiddetta generazione Z, infatti, hanno nel modello di business delle start-up il modello a cui si ispirano. Il motivo? Odiano lavorare per gerarchie, prediligendo gli obiettivi. Senza se e senza ma. E, purtroppo, il sistema lavorativo italiano va criticato sotto questo punto di vista. Basti pensare al numero sparuto di imprese, disposti ad investire sui giovani talenti con l’intento di assegnar loro incarichi di leadership. E nei consigli di amministrazione delle realtà aziendali nostrane di millennial se ne vedono davvero pochissimi.

La crescita professionale passa anche per gli errori

Mai avere paura di sbagliare. E di giovani che commettono errori pur di realizzare la loro idea brillante ce ne sono a iosa: non raccontare l’idea a qualcuno che ne sa di più, magari perché si ha paura di vedersi rubare l’idea, non testare il mercato prima di lanciare il prodotto, lavorare con gli amici, scarsa capacità di delega sono alcuni errori imprenditoriali che in una start-up andrebbero sempre e comunque evitati. Ma chi non ha il mito del posto fisso, sa benissimo che la crescita professionale passa anche da errori comuni di questo tipo. L’importante è apprendere velocemente e soprattutto in maniera costante anche da errori eventualmente commessi.

Conclusioni

In definitiva, i giovani sono consci che le loro carriere lavorative saranno totalmente differenti rispetto a quelle dei loro genitori: lavorare per sempre nella stessa azienda e la crescita professionale piramidale non è l’aspirazione di tutti. Anzi. Molti giovani, consapevoli delle difficoltà che il mercato del lavoro, specie in Italia, si ritrova ad affrontare, optano per una strada differente e la carriera se la costruiscono da soli. Magari con una start-up, creata ex novo. Insomma, sono molti quelli che al quesito “posto fisso?” rispondono con un secco e perentorio “no, grazie!”. Il motivo principale di questo rifiuto categorico va forse ricercato nel fatto che in tanti sono dell’idea che l’aspetto principale nel mondo del lavoro risiede nel totale raggiungimento delle aspirazioni personali e nel coronamento dei propri sogni. Più che tenere in seria considerazione il posto fisso, tanti guardano con massima attenzione al lavoro giusto, magari anche in linea con il proprio percorso di studi e maggiormente adatto alla propria personalità.


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